Peste suina: occorrono tempestività e razionalità per evitare danni irreparabili

Una campagna di controllo e riduzione del numero degli ungulati con figure qualificate e strumenti innovativi nei 114 comuni dell’areale infetto. Questa la proposta non più rinviabile di Cia-Agricoltori Italiani al tavolo interministeriale che ha affrontato l’emergenza Peste suina africana (PSA). Secondo Cia è tempo di agire con tempestività e razionalità per evitare ricadute economiche e sociali irreparabili, prendendo esempio da Paesi Ue, che hanno eradicato in poco tempo la malattia di cui il cinghiale è il principale vettore. La PSA -studiata da decenni e non trasmissibile all’uomo- è, infatti, altamente pericolosa per i maiali e potrebbe avere un impatto fortemente negativo sul mercato suinicolo, da cui dipende l’industria salumiera, fiore all’occhiello del Made in Italy agroalimentare.

“Il peso della Peste suina non può ricadere tutto sulle spalle degli allevatori che nella zona infetta subiscono il danno economico del macello immediato di capi sani, mentre i cinghiali circolano in libertà. Questo dopo aver messo in campo tutte le costose misure di biosicurezza e prevenzione previste”. Questo il commento del presidente Cia, Dino Scanavino, che da anni auspica la riforma della Legge 157/92, visti gli effetti disastrosi sul nostro paesaggio di una politica dissennata sulla gestione della fauna selvatica. “E’ necessario agire in modo razionale nella gestione della biodiversità, con un riequilibrio del rapporto fra uomini e ungulati –prosegue Scanavino-, bilanciando gli interessi fra le diverse categorie di cittadini, siano essi cacciatori, allevatori o ambientalisti, guidati esclusivamente dai criteri del rigoroso controllo scientifico”.

Per Cia, l’attività di vigilanza nella zona delimitata dei 114 comuni in Liguria e Piemonte è opportuna, ma non è esaustiva. “Si parla, addirittura, dell’utilizzo dei droni per la ricerca delle carcasse infette, ma tutto questo risulta inutile se non si attua una campagna di controllo degli ungulati –aggiunge Scanavino-. La riduzione della densità di popolazione dei cinghiali andrebbe organizzata con un prelievo selettivo, tramite figure qualificate come il coadiutore e con l’utilizzo di visori notturni e altri strumenti innovativi. Bisogna, inoltre, impedire lo spostamento dei selvatici fuori dal perimetro dell’areale infetto tramite le recinzioni e il foraggiamento artificiale”. Secondo Cia, una campagna di controllo e prelievo selettivo permetterebbe anche l’ottenimento di informazioni sanitarie circa la diffusione del virus, dopo aver creato misure speciali di trasporto e stoccaggio delle carcasse.

Cia ricorda, infine, le migliaia di posti di lavoro a rischio nella malaugurata ipotesi di un peggioramento della situazione, che metterebbe in ginocchio un settore da 1,7 mld, col blocco immediato delle linee di produzione per mancanza di materia prima.

Per Copagri “è necessario continuare a lavorare per mettere in campo ogni possibile contromisura per arginare l’epidemia di Peste Suina Africana-PSA, che risulta fortunatamente circoscritta, ma che potrebbe portare in breve tempo alla paralisi della suinicoltura, che rappresenta un vero e proprio fiore all’occhiello del Made in Italy agroalimentare, con un valore di oltre 1,7 miliardi di euro e migliaia di lavoratori interessati. La situazione sembra essere al momento sotto controllo, in quanto l’epidemia di PSA, che non è trasmissibile all’uomo e che vede nel cinghiale il principale vettore di diffusione, appare decisamente contenuta”. La Confederazione ha ricordato che “l’esigua quantità di casi finora riscontrati, poco più di una ventina di animali, tutti allo stato selvatico,ha portato alla creazione di una zona infetta che interessa 114 comuni tra Piemonte e Liguria, dove sono presenti circa 8mila capi”.

“Tutto ciò non deve però far passare in secondo piano l’urgenza di intervenire, così da evitare il diffondersi di psicosi incontrollate e scongiurare quindi pesanti ripercussioni sul versante dell’export, come sta già accadendo con il Giappone, ma anche su quello dei consumi, fronte sul quale si registrano già i primi inspiegabili rifiuti da parte di alcuni macelli a lavorare il prodotto proveniente dal Piemonte”, ha continuato la Copagri, spiegando che “la necessità di fare presto è legata anche all’arrivo della bella stagione, nella quale i cinghiali arrivano a percorrere anche 40 km al giorno, con il rischio concreto di vedere quindi l’epidemia arrivare rapidamente in Emilia-Romagna o in Lombardia, dove sono presenti milioni di capi”.

“Avanti quindi con le attività di monitoraggio, sfruttando tutte le possibilità offerte dalle nuove tecnologie per la segnalazione di capi infetti e lo scambio di informazioni, andando al contempo a individuare tutte le necessarie misure per contenere l’avanzata dell’epidemia, puntando ad esempio sull’utilizzo di recinzioni a doppia barriera, e per ridurre la popolazione dei cinghiali, salvaguardandone la biodiversità, attraverso dei prelievi selettivi, la gestione dei varchi e il controllo degli accessi”, ha suggerito la Confederazione.

“Sotto altro profilo, occorre valutare la possibilità di mettere in campo ulteriori risorse per sostenere gli allevamenti colpiti dall’epidemia e dalle misure adottate dal Ministero della Salute per contenerla, incrementando i fondi già positivamente stanziati con il cosiddetto Decreto ristori ter, col quale sono stati messi in campo 35 milioni di euro”, ha concluso la Copagri.

 

 

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